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Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972)

Il manovale catanese Carmelo Mardocheo, soprannominato Mimì, da sempre fortemente attratto dagli ideali di sinistra e insofferente alla mafia che spadroneggia incontrastata nella sua terra, un giorno perde il proprio posto di lavoro alla locale cava di zolfo per aver votato il candidato sindaco del PCI, anziché quello colluso e spalleggiato dalla locale cosca mafiosa. Rimasto dunque senza impiego, ed essendogli preclusa qualsiasi altra possibilità di lavoro in città proprio dalle ingerenze dei malavitosi, Mimì è pertanto costretto, al pari di tanti altri emigranti meridionali, a partire alla volta di Torino, lasciando a casa la giovanissima moglie Rosalia. Nel capoluogo piemontese, Mimì s'impiega come operaio edilizio a nero per una ditta fungente da copertura per alcuni mafiosi siciliani in città, capeggiati dalla greve figura di Vito Tricarico, con i quali però finisce ben presto per andare ai ferri corti: avendo, durante uno dei tanti sfiancanti turni di lavoro, visto dove stavano scaricando il cadavere d'un suo collega appena deceduto per la loro inosservanza delle misure di sicurezza sul lavoro, è costretto alla fuga; riacciuffato dagli sgherri di Tricarico, che lo vogliono mettere a tacere "una volta e per sempre", si salva mentendo spudoratamente su d'una sua presunta parentela con il boss mafioso di Catania, chiedendo inoltre, forte di questo, un posto come operaio metalmeccanico in una qualsiasi ditta…

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